In un tempo in cui l’individualismo sembra essere il paradigma dominante, è urgente tornare a riflettere sul significato autentico della socialità. La parola “sociale” deriva dal latino socius, che significa “alleato”. Non si tratta solo di una relazione tra individui, ma di un’alleanza profonda, un orientamento dell’anima verso il servizio, la responsabilità, la cura e la consapevolezza di essere parte di un tutto più grande.
Questa alleanza non si limita agli esseri umani. È un patto silenzioso con il creato, con la vita stessa, con ciò che ci trascende. Educare alla socialità significa dunque educare alla comunione, alla reciprocità, alla capacità di sentire l’altro — umano o non umano — come parte di sé.
La sociologia, in questo senso, è una scienza in grado di accogliere lo spirituale. Non nel senso confessionale del termine, ma come via per risvegliare nell’essere umano — anche il più agnostico — un senso religioso: il bisogno di legarsi, di costruire ponti, di uscire da sé. La religione, infatti, è etimologicamente re-ligare, cioè “legare di nuovo”. E cosa c’è di più urgente oggi che ricostruire legami spezzati?
Viviamo immersi in una Weltanschauung individualista, dove anche il discorso sulla spiritualità è spesso centrato sull’io: “io e le mie emozioni”, “io e i miei disagi”, “io e i miei traumi”, “io e la mia autostima”, “io e l’altro”, “io e la mia spiritualità”. Un io ipertrofico che, pur cercando relazioni, non riesce a uscire dalla propria orbita. Ma la socialità autentica non nasce dall’io, bensì dal noi. Dal riconoscere che il senso dell’esistenza non si trova nel centro del proprio mondo, ma nella periferia condivisa con gli altri.
Educare alla socialità significa educare alla trascendenza. Significa insegnare che la vita ha senso solo se vissuta come alleanza: con gli altri, con il mondo, con il mistero che ci penetra. Le poche cose che contano sono quelle che ci legano, che ci fanno uscire dalla solitudine esistenziale e ci restituiscono alla comunità del vivente. È lì che l’umano ritrova sé stesso. Solo recuperando una immagine del mondo che contempli il “noi” possiamo sviluppare umiltà, creatività, amore, gratitudine e fiducia, poiché esse sono qualità che hanno bisogno di una prospettiva orientata al servizio del tutto e non sia focalizzata sull’io come centro del mondo. Come si può pensare di curare la solitudine o creare buone relazioni da questa prospettiva? E’ questa una welltanshauung malata che genera solo competizione e prevaricazione, che si asserve alla necessità di relegare l’altro sullo sfondo per alimentare l’illusione di essere gli eroi della propria storia, che giudica l’altro solo sulla base di quanto possa essere funzionale o meno alla propria felicità individuale. Non può esistere nessuna forma di relazione, di collaborazione e di amore a partire da una prospettiva centrata sull’io.
Solo quando smettiamo di essere il centro, possiamo diventare parte. E in quella parte, finalmente, ritroviamo il senso.
