Novembre 14

Territori dell’immaginario

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 Verso una ecologia delle relazioni

 

Il termine territorio implica molteplici considerazioni simboliche e gnoseologiche. Esso, infatti, é strettamente collegato al concetto di limite che conferisce senso all’idea stessa di territorio e che, a seconda della prospettiva, può configurarsi come:

       spaziale, laddove il limite è rappresentato dalla geografia di un territorio

       politico, laddove il limite, anche spaziale, è definito da vicende storico-sociali

       economico, laddove nella definizione del limite preponderano le dinamiche di mercato

       culturale, laddove il limite è rappresentato da modi di pensare, di sentire e di agire che ac­comunano e identificano un gruppo sociale

 

Ma esiste anche un altro limite, oggetto del presente articolo: è il limite immaginale, un limite che definisce i territori dello spirito, territori la cui natura qualitativa sfugge ai confini della misurazio­ne, eppure talmente potenti da fornire le lenti concettuali mediante cui ognuno di noi si rapporta al reale.

I territori dello spirito affondano le proprie radici nella narrazione e nel mito, in immagini e ricordi epurati dalla sequenzialità temporale che assumono valore e sostanzialità in quanto evocatori emo­zionali. Questi territori emergono in tutta la loro evidenza in due periodi evolutivi emblematici: i primi anni di vita, quando l’infante fonda la propria esperienza sulla ricorsività dei ritmi biologici  e la vecchiaia, quando il futuro si ripie­ga sul passato e rimangono vivi solo i ricordi che hanno dato senso all’esistenza.

Perchè un sociologo dovrebbe occuparsi di tali territori così apparentemente effimeri e privati?

A nostro avviso perchè essi definiscono la persona, le forniscono una lente immaginale che filtra l’esperienza ed è proprio attraverso questa lente che la persona definisce le proprie relazioni: con sé stessa, con gli altri, con l’ambiente sociale e con quello naturale.

Viviamo in una società fortemente secolarizzata, che assume come vero solo ciò che è quantifica­bile, categorizzabile e, quindi, controllabile. Una società che assume l’individuocome unità socia­le, economica e politica. Un individuo separato dal contesto e quindi in perenne conflitto con il contesto stesso. In una società di questo genere i territori dello spirito sono destinati all’oblio.

Tuttavia, l’oblio non li cancella, li rende solo intrasparenti ed essi cercano di nuovo il loro posto manifestandosi come disagio, disturbo, frustrazione. Un circolo vizioso che si chiude con una ulte­riore repressione da parte dei contesti sociali, mediante una crescente medicalizzazione che forni­sce una “medicina per ogni problema”.

La sociologia da tempo osserva tali processi, per esempio mediante gli studi sull’impatto sociale del paradigma medico o mediante l’introduzione nella ricerca sociale di metodi qualitativi e narra­tivi in grado di studiare i fenomeni cogliendo anche gli aspetti non facilmente misurabili.

Ma la sociologia ha strumenti e conoscenza per intervenire anche a livello micro, nell’ambito delle relazioni sociali al fine di agevolare quel necessario reincantamento del mondo che permetta di rinnovare quel patto di mutualità che unisce l’uomo alla natura e alla specie. Riteniamo che senza tale “patto” non possa generarsi un’autentica ecologia dell’ambiente e della società, poiché risulta difficile parlare di comunità o di rispetto per la natura quando la cultura è ancora fortemente incen­trata sull’individuo e sul suo ruolo di controllo dell’ambiente.

Per poter intervenire in ambito pedagogico occorre definire i contenuti e i metodi.

Riguardo ai contenuti riteniamo che l’acquisizione dell’esperienza empatica sia di primaria impor­tanza nel “fare relazione”.

Acquisire un’autentica empatia in grado di trascendere separazioni e particolarismi é oltremodo complesso perchè non basta averne una comprensione concettuale. L’empatia abbisogna di una vo­lontà cosciente a “intenzionare” l’oggetto realizzando l’epochè (fase della “resa”); tuttavia la “cat­tura” fenomenica avviene mediante un “sentire” complesso che implica una concorsualità senso­riale e percettiva, prima di sfociare inuna elaborazione cognitiva. 

Per questo motivo il metodo di insegnamento deve riflettersi sulla esperienza corporea.

Il corpo rappresenta il medium privilegiato per l’acquisizione di concetti complessi poiché riunisce in sé “natura e cultura”, funzioni biologiche-sensoriali che stanno alla base dell’elaborazione co­gnitiva e, al contempo, funzioni simboliche superiori ingrado di astrarre e organizzare l’esperienza corporea in concetti complessi.

Da tempo il nostro lavoro è incentrato sulla ricerca, testazione e applicazione di patterns metodo­logici che predispongano il corpo all’esperienza di apprendimento, in grado di ottimizzare i se­guenti aspetti:

  1. ricettività sensoriale
  2. ascolto consapevole
  3. elaborazione critica dell’esperienza
  4. problematizzazione dei concetti
  5. messa tra parentesi dei giudizi di valore
  6. cattura intenzionale 

 Tale metodologia è stata studiata per intervenire a livello micro, soprattutto in ambito relazionale; tuttavia, riteniamo che possa trovare fondamento anche in ambito scientifico, nella formazione di sociologi ricercatori e, in ambito terapeutico, nelle relazioni di cura.

 Francesca Rossetti, 14 novembre 2021

 

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